L’uso degli antibiotici in Italia in età pediatrica nel 2024: l’appropriatezza è ancora da implementare

Come ormai consuetudine da sette anni a questa parte, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato
nell’aprile del 2026 il rapporto dell’Osservatorio Nazionale dei Medicinali (Osmed) focalizzato
sull’uso degli antibiotici in Italia nel 2024.
Un capitolo del rapporto è dedicato alla prescrizione di antibiotici nella popolazione pediatrica, che
rappresenta (considerando l’età prescolare) la fascia maggiormente esposta a questa classe di
farmaci insieme agli anziani.
Pur con qualche aspetto positivo, il quadro che emerge è poco rassicurante e conferma quanto
descritto da tempo.
La prevalenza di prescrizione degli antibiotici nella popolazione di età inferiore a 14 anni nel 2024 è
risultata del 42,2%, in aumento rispetto a quella osservata nei tre anni precedenti, ma soprattutto più
elevata rispetto a quella osservata nel 2019 (40,9%), prima della pandemia COVID-19 e della
conseguente diminuzione dell’incidenza di infezioni e dell’uso di questa classe di farmaci in seguito
alle misure di contenimento (lockdown, distanziamento, misure igieniche). L’obiettivo del Piano
Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico‐Resistenza (PNCAR) di una riduzione di almeno il 10%
del consumo degli antibiotici in età pediatrica nel 2025 rispetto al 2022 è, quindi, lontano
dall’essere raggiunto.
Si confermano le differenze territoriali già descritte da tempo: la prevalenza tra regioni varia tra
29,7% in Valle d’Aosta e 53,9% nelle Marche. Rispetto al passato non si osserva un chiaro
gradiente in aumento da Nord a Sud, ma la prevalenza maggiore riguarda il Centro Italia, in
particolare Marche, Abruzzo, Molise e Umbria, in cui la metà o più dei minori di 14 anni hanno
utilizzato almeno un antibiotico.
La nota positiva è che rispetto agli anni precedenti c’è un miglioramento qualitativo nel profilo
prescrittivo, seppure inferiore rispetto all’obiettivo fissato nel PNCAR: un lieve aumento della
prescrizione di amoxicillina, antibiotico di scelta per le infezioni respiratorie pediatriche, che copre
nel 2024 il 20% delle confezioni, e degli antibiotici appartenenti alla categoria Access della
classificazione AWaRe dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2024 riguardano il 61%
delle confezioni (proporzione di poco superiore all’obiettivo minimo del 60% fissato dall’OMS).
Nelle regioni del Sud Italia c’è, però, un maggior ricorso ad antibiotici classificati come Watch, che
dovrebbero rappresentare la seconda scelta (per esempio macrolidi, cefalosporine), in quanto a
maggior rischio di sviluppare resistenze: pur con un dato in miglioramento, nel 2024 il 47% delle
confezioni dispensate nelle regioni del Sud era per questa categoria di antibiotici versus il 33% nelle
regioni del Nord. La percentuale di amoxicillina sul totale delle confezioni di antibiotici era del
29% nel Nord Italia e dell’11% nel Sud.
I dati del rapporto Osmed, e in generale le banche dati sanitarie delle prescrizioni dei farmaci, non
consentono di valutare in modo approfondito l’appropriatezza della scelta dell’antibiotico (per
esempio mancano informazioni sull’indicazione terapeutica, eventuali test diagnostici, situazione
locale delle resistenze batteriche), ma è ragionevole pensare che le differenze sopra evidenziate
siano dovute più all’attitudine prescrittiva del medico che all’epidemiologia delle infezioni.
Ridurre le differenze territoriali e aumentare l’appropriatezza prescrittiva rimangono due obiettivi
prioritari di salute pubblica. Alcune iniziative condotte da AIFA a livello nazionale come la
traduzione e adattamento del manuale AWaRe dell’OMS e la realizzazione dell’applicazione
Firstline possono contribuire a migliorare le conoscenze sull’uso razionale degli antibiotici.
L’esperienza insegna, però, che sono le iniziative locali che coinvolgono direttamente come
protagonisti i pediatri di libera scelta e i medici di medicina generale, meglio ancora se insieme ad
altri colleghi specialisti, a modificare in modo maggiormente efficace l’attitudine prescrittiva. A questo riguardo, i dati di prescrizione possono diventare un utile strumento per una condivisione e
un confronto tra pari sulle prassi.
Questo rimanda, però, alla necessità che i report delle aziende locali non siano redatti con una
logica di monitoraggio della spesa, ma che riportino gli indicatori più adeguati per consentire al
singolo medico di valutare l’appropriatezza della sua modalità prescrittiva e di identificare i margini
di miglioramento.

di Antonio Clavenna